Non sarai mica in Burnout?!

di Raffaello Giussani, consulente familiare presso il Consultorio dell’Associazione Comunità familiare.




Lo scorso 28 febbraio si è tenuto a Lugano il Seminario organizzato dal #Consultorio dell’Associazione Comunità familiare dal titolo “Non sarai mica in #burnout? Stress – Ambiente lavorativo – Psicologia positiva”. Sono intervenuti come relatori la Dott.ssa Raffaella #Delcò, economista e psicologa ATP, specialista FSP in psicologia del #lavoro e delle organizzazioni e il Dott. Stefano #Gheno, psicologo del lavoro e professore presso l’Università Cattolica di Milano, tra i fondatori della Società italiana di #Psicologia #Positiva.

Nell’introdurre il Seminario ho portato alcune riflessioni sul senso dell’esperienza del Lavoro e sul suo fondamentale ruolo sia nel contesto sociale globale, sia come esperienza soggettiva per l’essere umano, che condivido in queste righe.

Il lavoro è alla base di una molteplicità di esperienze quotidiane: consente la sussistenza primaria, permette condizioni di vita decenti, permette anche di soddisfare desideri, di concedersi piaceri e svaghi. Il denaro, frutto del lavoro, permette il pagamento delle tasse e dei tributi che servono a ricevere un sistema di servizi fondamentali, dall’istruzione, alla sanità, alla giustizia, alla sicurezza: i pilastri sociali che permettono alle persone di vivere in una collettività con una buona qualità di vita.

Il lavoro si definisce come mezzo di produzione, da cui dipende il benessere di una data società. Produrre un valore economico ci permette di re-investire il nostro guadagno nella società e favorire il nostro #benessere ed il pagamento del lavoro di altre persone.

Il lavoro è anche uno strumento di concordia e di pace fra i membri di una società, in quanto fa comprendere a ciascuno l'importanza della interdipendenza reciproca. Nessun essere umano potrebbe sopravvivere da solo, senza poter contare sulle risorse del lavoro altrui o, se lo potesse, sarebbe inevitabilmente condannato a regredire verso forme sempre più primitive di sopravvivenza puramente materiale.

A livello individuale il lavoro ha un senso e un fine che è, in primo luogo, quello del mantenimento di ciascun essere umano e della sua famiglia, ma lavorare e il suo contrario, “il non lavorare”, rappresentano molto di più per la persona.

Alcuni studiosi considerano il lavoro per l’essere umano come un istinto, una pulsione, un bisogno di esercitare le proprie capacità, le proprie competenze per raggiungere un obiettivo personale ma anche un traguardo sociale. L’apprezzamento sociale è una dimensione che è presente nel vivere insieme e che in parte influenza la propria autostima. Il lavoro ci lega alla realtà, contribuisce fortemente a dare il senso di identità personale, infatti nel linguaggio comune è facile sentire dire: “sono un insegnate, un fabbro un medico”, piuttosto che “faccio l’insegnate, il fabbro, il medico”.

Il lavoro è legato al concetto di dignità: è un mezzo di libertà ed è portatore di responsabilità per il proprio destino.

Lo psicoanalista e sociologo Eric #Fromm, diceva che il lavoro è il grande emancipatore dell’uomo: grazie ad esso l’uomo ha potuto separarsi dalla natura ed essere un po’ più artefice del proprio destino attraverso la manipolazione della natura stessa, sviluppando facoltà intellettuali e artistiche. In questo senso per Fromm l’essere umano si trasforma in individuo, sviluppa le proprie capacità cognitive, i propri punti di forza per conoscere e scoprire sé stesso.

Il senso del lavoro è dunque trasversale ai bisogni umani, da quelli più primordiali a quelli più legati a ciò che lo psicologo #Maslow chiamava auto-realizzazione.

Il lavoro può avere anche una funzione intrapsichica: dimostrandoci la nostra esistenza, la nostra capacità e utilità sociale, ci permette di essere solidi e di affrontare molte delle nostre paure, tra cui anche quella della morte. E, per rimanere a livello intrapsichico, ricordo che #Freud definiva il benessere psicologico di un individuo come la sua capacità di amare e di lavorare.

Lo psicologo Heinz #Kohut amplia quanto espresso da Freud dicendo: ‘capacità di amare e lavorare sì, ma con soddisfazione’. Non basta quindi essere capaci di amare e lavorare ma bisogna sentirsi soddisfatti da queste attività, bisogna stare bene, sentirsi migliori. Credo che questa aggiunta ‘con soddisfazione’, rappresenti il motivo per il quale il Consultorio ha deciso di organizzare questo seminario: il lavoro senza soddisfazione, senza amore, non è sufficiente affinché una persona si senta completa e realizzata. Per questo i nostri ospiti ci parleranno di quali sono i pericoli per la nostra salute insiti al mondo del lavoro, come riconoscere e affrontare lo stress e suoi i prodromi che un lavoratore può incontrare, fino ad arrivare a vivere una condizione di malessere che si manifesta con un esaurimento emozionale e una riduzione della capacità personali, un malessere che si chiama burnout.

Burnout è un termine attualmente molto utilizzato che significa letteralmente, bruciato, scoppiato. È apparso per la prima volta nel mondo dello sport nel 1930, per indicare l’incapacità di un atleta, dopo alcuni successi, di ottenere ulteriori risultati e/o mantenere quelli acquisiti. Solo a partire dall’inizio degli anni ’70, grazie allo psicologo Herbert Freudenberger, si è incominciato a parlarne in riferimento a una sindrome tipica delle professioni di aiuto: Infermieri, Medici, Insegnanti, Assistenti sociali Poliziotti, Vigili del fuoco, Psichiatri, Psicologi, Educatori, ecc. Il termine è stato poi ripreso dalla psichiatra americana #Maslach nel 1975 che l’ha utilizzato per definire una sindrome i cui sintomi evidenziano una patologia comportamentale a carico di tutte le professioni ad elevata implicazione relazionale. Negli anni, nella sindrome del Burnout sono state incluse altre categorie di lavoratori, tutti quei professionisti o lavoratori che hanno un contatto frequente con un pubblico, con un’utenza, quindi non più solo coloro impegnati nelle cosiddette relazioni di aiuto. Recentemente sono nate nuove parole per descrivere alcune varianti di sofferenza sul posto di lavoro: il termine #boreout, da bore=noia, e il termine #brown-out (letteralmente un calo di tensione).

Il boreout si riferisce all'esatto opposto di burnout, vale a dire uno stato di noia sul posto di lavoro. Può intervenire quando la persona è o si sente sottoccupata o sottovalutata rispetto alle sue competenze. Si ha l’impressione, in breve, di non essere la persona giusta nel posto giusto e si soffre dello squilibrio tra ciò che si sa fare e ciò che si fa effettivamente, con il rischio di sentirsi inutili.

Il brown-out (letteralmente ‘calo di tensione’) è un invece un diminuzione della motivazionale data dalla perdita del senso di un’attività. Il quadro patologico (anche se non grave come il burnout) prevede disimpegno, demotivazione, perdita di interesse, insoddisfazione e letargia nei confronti della propria mansione. Si tratta di un malessere che nasce anche a volte, dall'assurdità di certi compiti quotidiani che tendono creare senso di alienazione e appiattimento del pensiero critico.

Alla luce delle possibili insidie che il mondo del lavoro può portare, diventa di grande aiuto sviluppare una consapevolezza sui cosiddetti rischi psicosociali che spesso sono i precursori silenti della produzione successiva di malessere nel lavoratore.

Un ambiente di lavoro stressante o poco stimolante, il contatto con un’utenza particolarmente impegnativa (soprattutto dal punto di vista della sollecitazione emotiva, nel settore psicosociale) o addirittura la noia, possono generare nel professionista un malessere che va ben oltre la normale stanchezza lavorativa. La scarsa attenzione o la mancata predisposizione da parte del datore di lavoro delle opportune tutele e salvaguardie, un clima poco collaborativo o di limitata condivisione tra colleghi del disagio professionale, contribuiscono all’emersione della difficoltà a svolgere con serenità il proprio impegno. Come il datore di lavoro può aiutarci a lavorare bene e a prevenire l’insorgenza del cosiddetto rischio psicosociale? Come può il lavoratore prendersi per primo cura di se stesso per meglio svolgere le proprie mansioni e per meglio sostenere colleghi e utenti con cui si confronta quotidianamente? Sono queste le domande a cui il seminario ‘Non sarai mica in burnout?!’ vuol provare a dare una risposta oltre a mostrare quanto di buono si sta facendo per prevenire il malessere o gestire meglio lo stress sul posto del lavoro e sviluppare resilienza per promuovere benessere sui luoghi di lavoro.

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